Museo Civico "Carlo Verri" Biassono
1924 Invito al charleston
"Vestirsi di vetro"
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LE CONTERIE VENEZIANE

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Particolare della decorazione
Incerta, o quanto meno non risolta, è l’etimologia delle "conterie".
Forse la più accreditata è la versione che farebbe derivare il termine dal latino comptus, adorno o ornato.
Secondo altra accettazione quel nome risalirebbe al tempo in cui antiche barbare popolazioni si servirono della conteria come moneta di scambio.
Con la terza dinastia menfita l’Egitto conosce e plasma lo smalto vitreo adottandolo a scopo ornamentale. Per gli antichi egizi la conteria, sotto forma di collane, braccialetti, orecchini, rappresenta la materia eletta per venerare gli Dei, i Faraoni, per ornare le vesti di dignitari e sacerdoti.
Nei riti funebri alla conteria verrà assegnata la funzione di assicurare la felicità ultra terrena del trapasso.
Secondo l’egittologo Flinders Petrie la perla egizia era fabbricata con la stessa tecnica degli antichi muranesi.
Gli stessi Fenici diffusero la conteria egizia per tutto il Mediterraneo sino alle regioni baltiche facendone oggetto di scambi commerciali con pellicce ed ambra.
I colori degli smalti delle antiche conterie egizie erano verdi e turchini, nel tempo si arricchirono di ulteriori gamme: brillanti gialli, rossi vivaci e violetti.
Alessandria d’Egitto, con l’età Tolemaica, divenne e fu considerata, per l’originalità artistica della produzione, per la tecnica raffinata del procedimento di lavorazione, il centrovetrario più importante del mondo antico.
Per quanto riguarda l’origine dell’arte della conteria veneziana, una tradizione generalmente accreditata la farebbe risalire a Marco Polo.
Al suo rientro a Venezia dai suoi viaggi nelle lontane Cine, le sue descrizioni – commiste a racconti entusiastici di tono favolistico – della incontenibile avidità dei cinesi e dei Tartari, alla Corte del Gran Kahn, per le pietre preziose, per le perle e le loro ricche imitazioni, avrebbero spinto i maestri vetrai di Murano a produrre le prime conterie.
Nell’anno 1308 un decreto degli inquisitori di Stato dette vita costituzionale agli artigiani veneti maestri manipolatori della conteria elevando la loro arte a quella che fu denominata l’Arte dei Margaritieri, produttori di quelle perline vitree dette margarite.

Delle perle in vetro veneziane si tende, tradizionalmente, a distinguere due varietà: le conterie e le "perle al lume".
Le prime sono il prodotto di ben otto progressive manipolazioni della pasta vitrea che, fusa in apposite fornaci, viene trasformata in lunghe cannelle bucate, spezzate e ridotte in segmenti uguali e consegnate ai Margaritieri.
Un procedimento di lavorazione complesso, protetto dai segreti gelosamente custoditi, che si conclude con l’arrotondamento dei tronchetti vitrei per mezzo del fuoco, finché – una volta raffreddati e liberati della polverosa miscela, utilizzata per evitare l’otturazione dei fori – assumono la forma della margarita. Saranno utilizzate per adornare e ricamare gli abiti.
Le perle al lume, prodotto della manipolazione accurata della pasta di vetro e smalto, sono realizzate una ad una attraverso una tecnica delicata e paziente di lavorazione consistente nel far sciogliere al calore di un lume una canna di vetro che, in piccole porzioni, viene infine arrotolata ad un filo di rame fino ad assumere la forma di una perla: saranno destinate al lusso muliebre ed alla moda per collane, vezzi e orecchini.
Le conterie saranno affidate all’impiraressa de perle la quale, utilizzando un recipiente oblungo destinato a contenerle (sessola) e ricorrendo a sottilissimi e lunghi fili di acciaio (aghi) spuntati e culminanti in una cruna, infilerà – con rapidità fantastica – le perle con un filo di lino o – per quelle più fini e lucide – di seta (sedeta).
Cinque filze di perle, legate insieme con un filo rosso, costituiranno la collana; mazzo intero sarà chiamato una collana costituita da 240 filze.


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